Israele. La manipolazione degli Usa e la soluzione finale per Gaza
730 milioni di dollari. È la cifra enorme che la macchina della propaganda di Benjamin Netanyhau ha versato nei conti corrente delle tv degli Stati Uniti d’America, per garantire oltre 1000 ore di presenza del primo ministro israeliano nei principali canali di informazione statunitensi. Obiettivo, manipolare l’opinione pubblica del paese per convincerla dell’imprescindibilità di scatenare una guerra contro il suo personale nemico: l’Iran.
Una strategia che lo stesso Netanyhau, Bibi “l’americano”, sul quale spicca un mandato di cattura per crimini contro l’umanità, ha rivendicato con orgoglio parlando in diretta, ospite di un programma televisivo, alla tv israeliana. “Mi batto contro l’Iran da almeno 40 anni. Devi indentificare il pericolo, devi essere in grado di rilevarlo. Mi ci è voluto molto tempo per far rinsavire gli Stati Uniti sull’Iran – ammette con un sorriso malizioso – ce l’ho fatta grazie all’influenza che esercito sui leader politici americani. Ho parlato per oltre 1000 ore nelle tv degli Stati Uniti”.
Da questo momento in poi, quindi, chiunque può sentirsi libero di affermare che è Israele ha decidere la politica degli Usa e che dietro l’aggressione militare nei confronti dell’Iran ci siano le manovre e le influenze di Tel Aviv senza essere tacciato di complottismo.
Soffermiamoci però su un pezzetto del discorso di Netanyhau, perché tornerà utile per capire il livello di infiltrazione di Israele all’interno della politica dello stato americano.”Mi ci è voluto molto tempo – dice -per far rinsavire gli Stati Uniti sull’Iran. Ce l’ho fatta grazie all’influenza che esercito sui loro leader”.
Eccolo il nodo sul quale soffermarsi. Esiste un assunto fondamentale, ben noto a tutti coloro che abbiano coperto o aspirino a ricoprire la carica di primo ministro in Israele: per Israele è sempre meglio avere alla Casa Bianca un repubblicano, soprattutto se sei di destra. E i vantaggi provenienti dai governi repubblicani a quelli guidati da Netanyhau (il cui vero cognome Milejkowsky, di origine polacca) sono puntualmente arrivati, soprattutto con la presidenza di Trump.
Durante il primo mandato di Donald Trump, con Mike Pompeo segretario di Stato, Israele ottiene un riconoscimento che nessun esponente della comunità internazionale aveva mai concesso: il riconscimento come parte del territorio ebraico delle alture del Golan illegalmente occupate e la decisione di trasferire l’ambasciata degli Stati Uniti da Tel Aviv, capitale dello stato ebraico, a Gerusalemme, in Cisgiordania.
Donald Trump, inoltre, è stato il primo a visitare il Muro del Pianto a Gerusalemme, rompendo in questo modo un secondo tabù diplomatico, dato che nessun presidente degli Stati Uniti aveva mai riconosciuto il Muro come parte di Israele.
Terzo importante vantaggio, la nomina di David Friedman, ebreo americano, amico di lunga data e fidato consigliere di Trump, ambasciatore in Israele. Una nomina accolta con entusiasmo anche da Bezalel Smotrich, attuale ministro delle finanze del governo Netanyhau, perchè Fridman è sempre stato un generoso finanziatore della sua Ong, con la quale favorisce gli insediamenti illegali in Cisgiordania.
Come l’inviato speciale Jared Kusher, ebreo americano anche lui, David Friedman non ha alcuna esperienza diplomatica, cionostante qualsiasi posizione o affermazione espressa da Donald Trump su Israele altro non è se la posizione o l’affermazione suggerita dall’amico David Friedman. E infatti, in nessuna apparizione pubblica, neppure durante il primo incontro con Abu Mazen, presidente dell’autorità nazionale palestinese, Trump ha mai nominato lo Stato di Palestina, nè tanto meno ha mai condannato o chiesto la fine dell’occupazione illegale della Cisgiordania.
Niente di diverso sull’occupazione di Gaza. Nel 30% della Striscia dove sono stati sfollati i palestinesi non esistono più “zone sicure”, perchè la mobile linea gialla israeliana si sposta sempre un po’ più avanti e ha già fagocitato oltre il 70% di un territorio completamente devastato dal genocidio e dall’ecocidio. Nonostante il cessate il fuoco siglato nell’ottobre 2025, Israele continua a sterminare i palestinesi (1300 uccisi tra cui 301 bambini) e a devastare la terra di Gaza, dove a causa delle polveri e delle sostanze inquinanti che hanno contaminato la terra e l’acqua non cresce più nemmeno un filo d’erba.
Un milione di persone stanno morendo sotto le bombe e di inedia: non c’è cibo, non c’è acqua. Con oltre il 70% delle infrastrutture idriche e igienico sanitarie distrutte o danneggiate dai bombardamenti israeliani, le strade invase da detriti e liquami, l’assenza di carburante per alimentare le stazioni di pompaggio, l’acqua a Gaza è diventata veicolo di malattie gastrointestinali.
Lo scorso 2 settembre, il criminale di guerra Benjamin Netanyhau è entrato a Gaza occupata per ribadire, dopo aver incontrato i soldati israeliani che avrebbero dovuto ritirarsi e lasciare Gaza, che Israele non se ne andrà. “Controlliamo questa zona e non ce ne andremo. Stiamo eliminando i terroristi che ci minacciano – dice – Gaza non sarà più una minaccia per Israeale. Finiremo il nostro lavoro”. Dichiarazioni che vanno verso una “soluzione finale” di novecentesca memoria.
Eretz Israel, la Grande Israele biblica, quella di cui si parla nella Genesi, dovrà compiersi a qualsiasi costo: o con lo sterminio di coloro che non vogliono lasciare la loro terra o con la pulizia etnica e l’epurazione forzata e illegale.
Il ministro della sicurezza nazionale, il condannato per terrorismo Itamar Ben -Gvir, ha presentato alla Knesset, il parlamento israeliano, un piano di 20 pagine che ha per oggetto il trasferimento “volontario” di circa 1,86 milioni di palestinesi da Gaza (coloro che nel frattempo non verranno uccisi) nell’arco di sette anni. Etiopia, Congo, Turchia e altri paesi arabi, secondo quanto previsto dal piano di deportazione, sarebbero la destinazione che attende i palestinesi espulsi. Nessuno dei paesi indicati, né altri, hanno dato la propria adesione o disponibilità.
È evidente come l’utilizzo della parola “volontario” in questa operazione di deportazione sia strumentale, considerate le proibitive e disumane condizioni nelle quali i palestinesi sono costretti a vivere a causa dei continui bombardamenti e dell’occupazione israeliana della Striscia. Esiste un’espressione utilizzata nel linguaggio politico in ambito internazionale ed è quella di Stato canaglia. Un’espressione con la quale si identifica una nazione che rappresenta una minaccia per la pace mondiale, perché viola le regole della convivenza tra nazioni, reprime i diritti umani, calpesta il diritto internazionale, ignora i trattati sottoscritti, ottiene armi distruzione di massa. Israele, alla luce di questa definizione, è uno stato canaglia.
Israele viola l’articolo 49 della IV Commissione di Ginevra, che vieta i trasferimenti forzati e le deportazioni di civili da un territorio occupato e che lo Statuto di Roma del 1998 considera crimine di guerra.
Israele viola l’articolo 2 della Convenzione Onu sulla prevenzione e la repressione del delitto di Genocidio che recita: “È genocidio qualsiasi atto commesso con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale etnico, razziale o religioso. Sono atti di genocidio tutti quelli finalizzati a uccidere membri di un gruppo; infliggere deliberatamente a un gruppo condizioni di vita volte a provocarne la distruzione fisica, in tutto o in parte; imporre misure intese a prevenire le nascite all’interno del gruppo”.
Convenzione Onu, approvata nel 1948 e sottoscritta da 153 nazioni; tra quelle nazioni c’è anche l’Italia, l’Italia repubblicana che ripudia la guerra.

