Israele e Marocco, dopo Ceuta consolidano gli Accordi di Abramo
C’è un’alleanza, strisciante e silenziosa, che sta ridisegnando gli equilibri della sponda mediterranea del nord Africa, il confine esterno dell’Europa.
Un reticolo di accordi che ha manovrato, spinto e pressato, con il fine di destabilizzarlo, il fronte meridionale del continente europeo e Ceuta è l’esempio più evidente.
Dopo la crisi migratoria che ha registrato l’arrivo nell’ex enclave spagnola in territorio africano di 70mila persone, questa alleanza non solo ha solo deciso di non nascondersi ma, di recente, si è ulteriormente rafforzata. Contraenti di questa alleanza, Israele e Marocco; il celebrante, gli Stati Uniti d’America.
Mettiamo insieme un po’ di fatti, riavvolgiamo il nastro fino ad arrivare all’anno 2020 e spostiamoci nel Sahara occidentale: ex colonia spagnola oggetto di una lunga contesa tra Marocco e Algeria, che da anni ne rivendicano la sovranità.
Il Sahara occidentale è un’area desertica affacciata sull’oceano Atlantico che si è trasformato nella merce di scambio offerta da Israele e Stati Uniti al Marocco, in cambio del riconoscimento da parte di Rabat dello stato ebraico.
Nel dicembre 2020 il Marocco, su sollecito e con patrocinio statunitense, ha deciso di normalizzare i rapporti con Israele sottoscrivendo, dopo Sudan, Emirati Arabi e Bahrein, gli “Accordi di Abramo”.
Il governo marocchino in sostanza, riconoscendo lo stato israeliano, ha ottenuto dagli Stati Uniti di Trump la validazione della propria sovranità sul Sahara occidentale: la priorità della politica estera di Rabat.
Con questa mossa, le aspirazioni algerine sul Sahara sono state di fatto congelate, ma non del tutto rimosse. Si tratta di un baratto in piena regola; un accordo che non è solo economico e politico ma è soprattutto militare.
Mettendo piede in Marocco ed esautorando sul piano internazionale l’Algeria, Usa e Israele (ormai una cosa sola), mirano, attraverso il “paese da un milione e mezzo di martiri” (in riferimento dalla guerra algerina di liberazione dall’occupazione coloniale francese), a indebolire l’influenza russa e iraniana nella regione del Maghreb.
Attraverso gli accordi di Abramo, Rabat incassa sia la legittimazione internazionale rispetto a una diatriba antica che lo contrapponeva al governo algerino sia l’accesso alla tecnologia militare e di sorveglianza di Israele (droni, cyber security, sistema di armi avanzate).
Da parte israeliana, invece, il governo Netanyahu porta a casa il riconoscimento giuridico e politico e l’inizio di una cooperazione che lo porterà a infiltrarsi nel tessuto economico e sociale marocchino, con apertura di ambasciate e voli diretti tra Rabat e Tel Aviv.
Riconoscimenti e vantaggi che non finiscono qui, perché nel 2023 Israele ricambia il favore e riconosce, seguendo a ruota gli Stati Uniti, la sovranità marocchina sul Sahara occidentale.
Dentro agli Accordi di Abramo sottoscritti da Rabat c’è anche una corposa cooperazione militare che, sebbene risulti sgradita alla stragrande maggioranza della popolazione marocchina che ha espresso la propria contrarietà con diverse manifestazioni di piazza in solidarietà con il popolo palestinese, non si è mai fermata, neppure davanti al genocidio di Gaza e alla pulizia etnica in Cisgiordania.
E così la monarchia marocchina ha trasformato il paese nordafricano nell’avamposto strategico militare di Israele.
Nel novembre 2025, l’azienda israeliana BlueBird ha inaugurato vicino Casablanca il primo stabilimento per la produzione di droni kamikaze SpyX: il primo fuori da Israele. Tecnici marocchini sono stati addestrati direttamente dagli israeliani per assemblare droni che vengono e verranno utilizzati per massacrare la popolazione civile in Libano e in Palestina.
“Un futuro differente attende la regione. Un cammino di pace per tutti. Gli accordi di Abramo dimistrano che tutte le barriere possono cadere”. Lo ha detto mercoledì scorso, Gideon Sa’ar, ministro degli esteri israeliano, incontrando il suo omonimo marocchino a New York, dove è stato sottoscritto un accordo che accresce livello e natura di rapporti diplomatici, investimenti e fiscalità tra i due paesi.
Ed è in questa trama, che sfiata sui confini meridionali del continente europeo, che è entrata in gioco la Spagna, ed è sempre all’interno di questa trama che si collocano i fatti di Ceuta.
Passo avanti e arriviamo al 2022. In quell’anno Madrid per ragioni di sicurezza nazionale, controllo dei flussi migratori (il Marocco rappresenta la principale rotta migratoria di approdo verso la Spagna) e mantenimento dello status quo su Ceuta e Melilla (su cui il Marocco rivendica la sovranità), sostiene le aspirazioni marocchine sul Sahara occidentale, allontanandosi dall’Algeria.
Le cose cambiano nel febbraio 2026 con crisi energetica prodotta dalla chiusura di Hormuz, causata dall’aggressione Usa dell’Iran: circostanza che ha spinto il governo spagnolo a riavvicinarsi all’Algeria proprio sulla questione gas.
E per questa ragione che dopo quattro anni di assenza da Algeri, il presidente spagnolo, Pedro Sanchez, torna nella nazione magrebina, alcuni giorni prima dei fatti di Ceuta.
Il nuovo accordo sottoscritto tra Madrid e Algeri lo scorso 20 luglio, che ha chiuso la crisi diplomatica tra i due paesi, prevede l’aumento delle forniture di gas algerino attraverso il gasdotto Medgas e la ripresa del dialogo politico su cooperazione economica e mobilità.
Ricapitolando. La nascita del blocco Marocco – Usa – Israele consente a Tel Aviv di guadagnare un alleato arabo di primo piano nel nord Africa occidentale (quegli arabi che poi genocida in Palestina), attraverso il quale manovrare nel Maghreb. Rabat si rafforza militarmente e sul piano internazionale mettendo Algeri nell’angolo sulla questione sahariana, vendicandosi di Madrid per la ritrovata intesa con Algeri e garantendo a Israele e Stati Uniti di fare altrettanto, tanto per il no di Sanchez a Trump sull’aumento delle spese Nato al 5% del pil, quanto per il ricoscimento della Palestina e la sospensione degli accordi commerciali con Israele.
Ceuta è figlia di tutto questo.
Iraq. La fine dell'occupazione Usa lascia un milione di sfollati 23 Settembre 2026

