Brasile al voto, l’ultima trincea contro il neo imperialismo Usa
Il prossimo 4 ottobre il Brasile andrà al voto.
E stavolta non sarà un voto come tutti gli tutti altri. Il Gigante del sud sarà chiamato alla resistenza contro l’occupazione coloniale, capitalista e neo liberista di Stati Uniti d’America e Israele.
Con un’economia in costante crescita e una popolazione di circa 213 milioni di persone, il Brasile è rimasto il solo, tra gli stati del sud America, a non essere stato fagocitato dalla fitta rete di intrighi e ingerenze tessuta da tra Stati Uniti e Israele. L’ultimo ostacolo, quell’ultima linea della resistenza che, per Washington e Tel Aviv, deve essere abbattuta.
Del resto Henry Kissinger, ex segretario di Stato Usa nei governi Nixon e Ford, lo aveva detto: “La direzione verso la quale si orienterà il Brasile, orienterà anche l’America latina”.
Per queste ragioni, la sfida per la presidenza della repubblica federale del “Gigante del Sud” si è trasformata in un presidio di lotta globale per la libertà e l’indipendenza dei popoli.
Candidati nella corsa al governo del paese, l’ex primo ministro Luis Inacio Lula da Silva, per il fronte progressista, e Flavio Bolsonaro (figlio dell’ex premier, Jair Bolsonaro, soprannominato il Trump brasiliano), per la destra estrema, appoggiata e sostenuta da Donald Trump e Benjamin Netanyhau. Tra i due candidati, secondo gli ultimi sondaggi, c’è uno stretto testa a testa.
Ed eccolo il rischio e anche il metodo: ingerenze e inquinamento del voto per infiltrarsi e impossessarsi nel tessuto politico ed economico di uno stato sovrano. Dalla dottrina Monroe alla sottrina Donroe. Ingerenze peraltro ben riuscite in altre competizioni elettorali che hanno interessato diversi gli stati dell’America latina chiamati al voto.
Partiamo dalla fine. Partiamo dalle elezioni in Colombia, lo scorso giugno. Con uno scarto di voti minimo, Alvaro De la Espriella, avvocato e imprenditore chiacchierato, candidato dell’estrema destra, ha la meglio al ballottaggio su Ivan Cepeda, candidato del fronte progressista.
De La Espriella, che non vanta alcuna esperienza politica o amministrativa, raggiunge la presidenza della Colombia con un programma elettorale costruito su politiche economiche e ultra liberiste che stanno attuando riduzione dei sussidi alla popolazione, tagli alla spesa pubblica, apertura a investimenti privati; mentre in politica estera l”impegno del neo presidente è quello di rinnovare “l’alleanza strategica con Israele” ed uscire dalle Nazioni Unite.
Un impegno rispetto al quale De La Espreilla si è mosso immediatamente. La Colombia ha ripreso di recente le esportazioni di carbone verso Israele (esportazioni che il suo predecessore, Gustavo Pedro, aveva sospeso con un embargo verso Israele, dopo aver denunciato il genocidio dei palestinesi), ha stabilito l’apertura a Gerusalemme di un’ambasciata colombiana (seguendo a ruota gli Stati Uniti), riconoscendo in tal modo Gerusalemme capitale dello stato di Israele e disconoscendo, di conseguenza, la nascita di uno stato palestinese e, in ultimo, si è impegnato a difendere i principi giudeo cristiani (un binomio che in realtà non esiste).
Impegno, quest’ultimo, che De La Espreilla inaugura nel giorno del suo insediamento, tenutosi in una guarnigione militare invece che nella capitale Bogotà, alla presenza di rabbini e sacerdoti impegnati nella lettura di orazioni religiose e nella benedizione del nuovo presidente.
Ed è lo stesso De La Espreilla a declamare durante il giuramento espressioni dal retrogusto un po’ blasfemo: tra un “Dio, liberismo, Usa e Israele”, una “Patria miracolosa”, e un sempre verde “Dio al centro di ogni decisione”.
Fanatismo religioso (stile unzione trumpiana con tanto di sala Ovale gremita da pastori evangelici), capitalismo feroce e neo liberismo reazionario, il tutto condito da cessione di sovranità nei confronti di Washington e Tel Aviv.
Il caso colombiano è solo il prodotto più recente di manovre e ingerenze che hanno portato candidati apertamente supportati da Trump e Netanyhau alla presidenza dei paesi sud e centro americani.
Iniziamo questo excursus geografico dall’Honduras, dove le elezioni 2025 registrano la vittoria di Nasry Asfura, candidato alla presidenza che in più occasioni Trump “invitò” gli honduregni a votare, in cambio di un “forte appoggio” da parte degli Stati Uniti.
Proseguiamo poi verso El Salvador. Il 2019 segna l’ascesa al governo del filo statunitense Nayib Bukele, un altro imprenditore, che nel giro di pochi anni ha trasformato il paese in una dittatura, accentrando su di sè qualsiasi potere (dopo aver violato la costituzione ed eliminato qualsiasi contrappeso democratico).
Spostandoci in Perù le cose non vanno meglio. I risultati delle urne hanno consegnato il paese delle Ande a Keiko Fujimori, figlia dell’ex dittatore Alberto Fujimori, condannato per crimini contro l’umanità (tra quali la sterilizzazione forzata di migliaia di donne indigene). La presidente peruviana si è dichiarata più volte una nostalgica del regime paterno e in più occasioni ha evocando un ritorno alla dittatura del padre. Con la sua presidenza, il Perù si allinea agli Stati Uniti e aderisce allo “Scudo delle Americhe”, al cui vertice siede Donald Trump.
Proseguendo verso il Cile, incontriamo l’ultra conservatore liberista Josè Antonio Kast, il presidente più a destra della storia cilena (che più volte ha elogiato la dittatura di Pinochet, regime del quale il fratello, Miguel Kast, è stato ideologo). Il programma di Kast è un programma fotocopia dell’ultra destra mondiale: famiglia tradizionale, contrasto all’aborto, repressione dell’immigrazione, tagli alla spesa pubblica (sanità, istruzione, servizi sociali), incentivi ai privati.
E poi c’è la Bolivia, dove Rodrigo Paz Pereira ha inaugurato (anche lui) una politica conservatrice fatta di tagli alla spesa, liberalizzazione dell’economia verso investimenti stranieri e accordi con il Fondo Monetario Internazionale,
In Ecuador, che non possiede una moneta propria ed ha adottato il dollaro, siede Daniel Noboa. Un miliardario oligarca, con un’azienda familiare coinvolta nel traffico di droga, che ha usufruito del supporto elettorale di Trump (circostanza indicativa di quanto la lotta al narco traffico da parte di costui sia un’altra clamorosa balla). Ecco, Noboa è colui che si è impegnato con l’inquilino della Casa Bianca ad accogliere sul territorio ecuadoriano basi militari Usa.
Un progetto sventato, al momento, grazie al voto dei cittadini ecuadoriani, che nelle urne si sono opposti al piano di occupazione di Washington.
E in ultimo, l’Argentina dell’ultra liberista Javier Milei. Due anni dopo il suo insediamento l’Argentina di Milei, sostenuto in campagna elettorale da Usa e Israele, vive una situazione economica e sociale drammatica.
Un drastico programma di austerità fiscale fatto di liberalizzazioni, tagli alla spesa pubblica primaria (ridotta di oltre un quarto) e ai sussidi (energia e trasporti in cima alla lista), licenziamenti nel settore pubblico, rimozione dei prezzi calmierati su affitti, farmaci, carburante e beni di consumo (i prezzi vengono affidato al mercato), privatizzazioni, vendita e concessioni ai privati di aziende e servizi statali (poste, ferrovie, compagnia aerea) ha prodotto tensioni sociali e povertà diffusa.
Tra gli obiettivi di Milei anche il tentativo provato di eliminare dalla legge sulla proprietà privata il divieto di vendita di terre agli stranieri, alzandone il limite dal 15 al 25%: misura poi bloccata in Parlamento dal voto delle opposizioni Smantellato stato e previdenza sociale argentina, la classe media e gli strati più poveri della popolazione hanno registrato un radicale peggioramento delle proprie condizioni di vita e una quasi totale dipendenza da sussidi e aiuti alimentari da parte di associazioni ed enti benefici.
Ultra liberista e ultra reazionario, Milei ha recentemente preso di mira il movimento femminista e il diritto all’aborto delle donne argentine. In un intervento pubblico ha dichiarato come l’Argentina stia “pagando decrescita e denatalità” non a causa delle sue politiche di tagli ai salari e alla spesa pubblica di base e alle oltre 30 mila aziende costrette a chiudere due anni dopo il suo insediamento, ma per responsabilità dei movimenti femministi e “della passione di assassinare bambini nel ventre della madre”. Resta invece il provvedimento che facilita l’espulsione delle comunità indigene ancestrali dalle proprie terre (qualcosa che ricorda il modus operandi di Israele in Palestina).
Omettendo il principio scientifico secondo il quale un feto non è un bambino e quello giuridico secondo il quale le donne possiedono capacità giuridica e autodeterminazione e sono pertanto soggetto e non oggetto giuridico.
Slanci demografici nazional talebani che si dissolvono come neve al sole quando, pur di accontentare il padrone statunitense, Milei si dichiara pronto ad abbandonare la moneta nazionale per sostituirla con il dollaro americano.
Sottomissione agli Usa ma anche sottomissione a Israele.
Recentemente il governo di Milei ha avviato corsi base di lingua ebraica per gli agenti della polizia aereoportuale (Psa). Il corso, offerto dalla compagnia aerea israeliana, avrebbe quale finalità, secondo quanto si legge sul canale ufficiale della Psa, quella di “rafforzare la comunicazione con i passeggeri israeliani e il migliorare la capacità di intervento in materia di assistenza, controllo e sicurezza” in occasione dell’avvio di voli diretti tra Buenos Aires e Tel Aviv.
A inaugurare il corso di alfabetizzazione di 60 ore, c’è il presidente dell’Organizzazione Sionista Argentina e il vice segretario della Dida, che rappresenta la comunità ebraica argentina.
L’Argentina è stata la prima nazione a cadere nella rete di ingerenze straniere tessuta da Usa e Israele; il progetto di occupazione dell’America latina, però, punta al completo controllo della regione.
Alcune intercettazioni telefoniche già da tempo avevano rilevato l’esistenza di accordi tra Usa, Israele e Argentina, accordi finalizzati a minare e destabilizzare i governi di sinistra negli stati del sud America che negli anni hanno messo in atto politiche di indipendenza e affrancamento dagli Stati Uniti.
Ed è rimasto un ostacolo, solo un ultimo ostacolo ha sbarrare la strada al progetto di conquista e sottomissione del sud America: quell’ ostacolo è il Brasile, un gigante che non deve cadere.
Per questa ragione, le elezioni brasiliane di ottobre non saranno come le precedenti.
Il futuro di tutta l’America latina dipende dall’esito di questo voto: un presidio di resistenza contro un’occupazione colonialista e neo liberista che affama, distrugge, accresce le disuguaglianze, cancella libertà e diritti, alimenta lo scontro sociale e spalanca le porte al dominio geopolitico globale di Stati Uniti e Israele.

